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Accessible Journeys Magazine

UNA CITTÀ È ACCESSIBILE SOLO QUANTO IL SUO ANELLO PIÙ DEBOLE

By Massimo Lorusso

A smiling man in a wheelchair on a narrow European street outside a shop display filled with artwork and postcards.

Quando la maggior parte delle persone organizza un viaggio, la prima domanda è solitamente dove vuole andare.

Per me la destinazione è soltanto una parte della decisione.

Uso una carrozzina elettronica da quasi quarant’anni, da quando un tuffo in mare a Rimini, a diciassette anni, ha cambiato radicalmente la mia condizione fisica. Da allora viaggiare è rimasto una parte importante della mia vita. Ho visitato città, attraversato confini, preso treni, soggiornato in alberghi e raccolto migliaia di fotografie lungo il percorso.

Ma ogni viaggio riuscito comincia con una domanda che raramente compare in una brochure turistica: funzionerà davvero ogni anello della catena?

Una città può definirsi accessibile perché possiede rampe, camere adattate, mezzi a pianale ribassato o servizi di assistenza. Tutte queste cose sono importanti. Ma l’accessibilità non è una somma di elementi isolati. È continuità.

Una rampa è utile soltanto se posso raggiungerla. Una stazione accessibile è utile soltanto se l’ascensore funziona. Una camera adattata è utile soltanto se posso entrarvi davvero, muovermi al suo interno e utilizzare il bagno. Un treno accessibile è utile soltanto se l’assistenza che mi permette di salire e scendere arriva quando serve.

Se viene meno un solo anello essenziale, tutto il resto della catena può improvvisamente perdere valore.

Per questo, dal mio punto di vista, la domanda più utile per una città non è soltanto: “Quanti servizi accessibili abbiamo?”. È piuttosto: “Una persona può compiere l’intero percorso senza incontrare un punto che blocchi tutto?”.

IL VIAGGIO COMINCIA PRIMA DELL’ARRIVO

La fotografia di viaggio mostra quasi sempre la destinazione.

Una mia foto può ritrarmi a Parigi, a Palma di Maiorca o in Costa Azzurra. Può esserci un monumento, un lungomare, una strada oppure un momento con mia moglie.

Quello che la fotografia non mostra è la struttura che ha reso possibile quel momento.

Prima di arrivare in un luogo può essere necessario organizzare l’assistenza, verificare i trasporti, confermare una camera accessibile, controllare i percorsi e considerare gli ausili necessari.

Tutto questo non significa che viaggiare non ne valga la pena. È vero il contrario. Continuo a viaggiare perché poter conoscere un luogo diverso rimane uno dei modi con cui partecipo pienamente alla vita.

Ma la pianificazione rivela qualcosa di importante: l’accessibilità è spesso invisibile quando funziona ed è impossibile ignorarla quando non funziona.

L’INFORMAZIONE È PARTE DELL’ACCESSIBILITÀ

Una delle cose più preziose che una destinazione può offrire è un’informazione precisa.

La parola “accessibile” è spesso troppo generica.

Per un viaggiatore può significare assenza di gradini. Per un altro può significare un bagno adattato, spazio accanto al letto, una doccia accessibile, un ascensore di determinate dimensioni, assistenza in stazione oppure un percorso percorribile senza incontrare scale.

Quello che mi aiuta maggiormente non è la promessa che un luogo sia accessibile. Sono informazioni precise che mi consentano di decidere personalmente se quel luogo può funzionare per me.

Le misure contano. Le fotografie contano. Le descrizioni chiare contano. Sapere in anticipo dove è disponibile l’assistenza conta.

Una città diventa più affidabile quando sostituisce rassicurazioni generiche con dettagli pratici.

LA PARTE UMANA DELL’ACCESSIBILITÀ

Le infrastrutture rappresentano soltanto una parte dell’esperienza. L’altra parte sono le persone.

Ho viaggiato abbastanza da sapere quale differenza possa fare un operatore preparato. Quando qualcuno conosce la procedura, comunica chiaramente e considera l’assistenza una parte normale del proprio lavoro, l’intera esperienza diventa più semplice.

Vale anche il contrario. Un servizio progettato perfettamente può diventare difficile se nessuno sa come dovrebbe funzionare.

Per chi ha necessità assistenziali elevate, una buona accessibilità non è carità e non è un favore. È organizzazione competente.

L’assistenza migliore è quella che permette al viaggiatore di rimanere la persona che prende le decisioni.

Non ho bisogno che qualcun altro decida dove debba andare o cosa debba fare. Posso avere bisogno di aiuto perché il viaggio sia fisicamente possibile. Sono due cose molto diverse.

LA SPONTANEITÀ È UN BUON BANCO DI PROVA

Negli anni ho imparato a valutare l’accessibilità anche in un altro modo: quanta pianificazione anticipata richiede un’attività normale?

Se posso visitare un luogo soltanto dopo diverse telefonate, conferme e accordi speciali, quella visita può essere tecnicamente possibile, ma non è ancora una partecipazione semplice.

Per molte persone decidere di bere un caffè, visitare un museo o cambiare programma può essere una scelta spontanea.

Per chi utilizza una carrozzina, la stessa decisione può dipendere dall’affidabilità del percorso, dell’ingresso, del bagno, dei trasporti e dell’assistenza.

Questo non significa che ogni città possa eliminare ogni difficoltà. Ma una città può ridurre la quantità di organizzazione eccezionale necessaria semplicemente per partecipare alla vita quotidiana.

Più ci si avvicina a questo risultato, più la parola accessibile acquista significato.

CHE COSA DOVREBBERO MISURARE LE CITTÀ

Se dovessi suggerire quattro aspetti da osservare, sceglierei continuità, informazione, affidabilità e capacità di trovare un’alternativa.

Continuità: la persona può percorrere l’intero itinerario oppure esistono soltanto singoli spazi accessibili?

Informazione: i dettagli sono abbastanza precisi da permettere una decisione consapevole prima di uscire di casa?

Affidabilità: ascensori, trasporti e procedure di assistenza funzionano con continuità?

Alternativa: quando qualcosa non funziona, esiste una soluzione realistica oppure un solo problema interrompe l’intero viaggio?

Quest’ultimo punto è particolarmente importante.

Nessun sistema è perfetto. Un dispositivo può guastarsi. Un orario può cambiare. Una strada può essere interessata da lavori.

La differenza sta nel capire se, quando qualcosa va storto, scompare anche tutta l’accessibilità.

Una città capace di reagire dispone di alternative.

L’ACCESSIBILITÀ DOVREBBE RENDERE LA CITTÀ NORMALE

Dopo quasi quarant’anni in carrozzina elettronica, non mi aspetto che ogni viaggio sia perfetto.

Mi aspetto però che l’accessibilità venga considerata parte del normale funzionamento di una città e non un’eccezione aggiunta successivamente.

L’obiettivo non è costruire una versione speciale della città per le persone con problemi motori. L’obiettivo è fare in modo che la stessa città possa essere utilizzata da più persone.

Quando questo accade cambia qualcosa di importante.

Smetto di pensare alla rampa, all’ascensore, all’assistenza e al percorso.

Comincio a pensare al luogo che sono venuto a vedere.

E per me questo è uno dei segnali più chiari che l’accessibilità sta davvero funzionando.


Autore:

Massimo Lorusso è un autore italiano che vive a Milano. Scrive dal 1993 ed è autore di “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono”, autobiografia dedicata alla famiglia, alle relazioni e ai quasi quarant’anni di vita successivi a un tuffo in mare a Rimini all’età di diciassette anni.